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sabato 28 marzo 2020

SENZA SCUSE

Ieri il Papa ha fatto una cosa veramente epocale. Non so però quanto compresa. Ha indetto una indulgenze plenaria senza condizioni. 

L'unica condizione è: "basta volerlo!". 
Cosa significa? Vuol dire che ogni legame con il peccato, la colpa ed il senso di colpa  sono stati svincolati dalla nostra condizione. Siamo stati sciolti (absolvo) sciolgo. 
Basta volerlo. 

Siamo giustificati ma sono finite le giustificazioni (scuse) per non essere giusti. 
Non abbiamo più scuse per non fare il nostro "giusto". Basta volerlo.
L'evento eccezionale rende vana ogni scusa.
Siamo tutti giustificati ma senza più scuse. 
Basta volerlo. 

Questo vale per tutti. Viene meno anche la distinzione tra credenti e non. 
Dire: "Non sono credente" è una giustificazione, una scusa, non regge più. 

Siamo giustificati ma sono finite le giustificazioni, le scuse. È solo una questione di volontà. Basta volerlo. Dipende da noi. 

Fa tremare le vene ed i polsi questa responsabilità. Ma non abbiamo scelta.


Straf.

martedì 10 marzo 2020

DON FERRANTE, QOELET, SIRACIDE ED IL MORBO.

"La c'è pur troppo la vera cagione" ... " e son costretti a riconoscere anche quelli che sostengono poi quell'altra cosa così in aria... La neghino un poco, se possono, quella fatale congiunzione di Saturno con Giove. E quando mai si è sentito dire che le influenze si propaghino?"

Così parla e continua l'indimenticabile Don Ferrante nel cap. XXXVII de I Promessi Sposi a proposito della peste.

In questi giorni ahimè i Don Ferrante hanno spopolato su ogni tipo di media, propinandoci la loro opinione sul morbo.
Hanno spopolato suscitando in noi minor simpatia del povero personaggio manzoniano poiché maggiore è la loro arroganza e la loro vanità.
A questi pontificatori del morbo si aggiungono poi i personaggi famosi della cultura che "filosofeggiano" sulla condizione umana riguardo alla drammatica vicenda.

Ahimè.
Libera nos a malo, Domine.
Ci rifilano le loro banalità con supporto visivo diffuso su you tube.
Non scrivono poiché il supporto visivo è fondamentale: caricano ogni parola di espressione faticata come se stessero defecando con immane sforzo oppure con immagine sollevata per aver compiuto l'impresa.
Già, il pensare, anche cose banali gli cosa fatica: ma un po' di fatica è necessaria per alimentare la vanità di apparire.

Hebel (vanità) Dice il Qoelet.
Tutto è vanità in questo mondo.
Qoelet 1.
La dimensione sapienziale non si fa sviare da codesti vanitosi maestri della posa pensosa defecatoria.
La dimensione sapienziale sa che c'è:
un tempo per abbracciare ed un tempo per astenersi dagli abbracci
Qoelet 3, 5. 
Sappiamo che ci sarà anche un tempo per ricostruire, in silenzio, ora ci prepariamo a quello.
Nel frattempo, seguiamo le istruzioni.
Quali?
Quelle dei media?
Si, forse...
Ma c'è di meglio: le istruzioni di uno scriba di duemiladuecento anni fa, conosciuto come figlio di Sirach.
Non c'era tv, non c'era la rete, non c'erano i social.
Funzionavano però.

Onora il medico come si deve secondo il bisogno,
anch'egli è stato creato dal Signore.
Dall'Altissimo viene la guarigione,
anche dal re egli riceve doni.
La scienza del medico lo fa procedere a testa alta,
egli è ammirato anche tra i grandi.
Il Signore ha creato i medicamenti dalla terra,
l'uomo assennato non li disprezza.
...

Dio ha dato agli uomini la scienza
perché potessero gloriarsi delle sue meraviglie.
Con esse il medico cura ed elimina il dolore
e il farmacista prepara le miscele.
Non verranno meno le sue opere!
Da lui proviene il benessere della terra.
Figlio, non avvilirti nella malattia,
ma prega il Signore ed Egli ti guarirà.
Purificati, lavati le mani;
monda il cuore da ogni peccato.
Offri incenso e un memoriale di fior di farina
e sacrifici pingui secondo le tue possibilità.
Fa' poi passare il medico.
Il Signore ha creato anche lui,
non stia lontano da te, poiché ne hai bisogno.
Ci sono casi in cui il successo è nelle loro mani.
Anch'essi pregano il Signore
poiché li guidi felicemente ad alleviare la malattia
e a risanarla, perché il malato ritorni alla vita.
Siracide 38; 1-15.


FINE

Straf.

martedì 10 dicembre 2019

LE PERSONE TOSSICHE PARTE II: IL FARAONE

Oggi affronteremo una categorie di persone tra le più tossiche di tutte: i faraoni.
I faraoni!? Direte voi… e chi sono? 
Quelli dell'antico Egitto?

Beh sì, in qualche modo sì ma solo per metafora.

Per comprendere la situazione  è utile la Bibbia, soprattutto i passi dell' Esodo dove viene narrato il confronto tra Mosè ed il Faraone.

Prima di tutto dobbiamo dire alcune cose molto semplici su come leggere la Bibbia.
Noi rimaniamo sempre spiazzati quando nel Vecchio Testamento incontriamo la parola “Dio”. Soprattutto in frasi quali: "E Dio rese ostinato il cuore del Faraone" (Esodo 13; 2).
Ad una lettura lineare una frase del genere suona come assurda, in quanto parrebbe che Dio sia in qualche modo malvagio e renda cattivo il Faraone.

Non è proprio così.
La Bibbia viene considerata un testo ispirato da Dio; ispirato, non dettato da Dio. Quindi l'uomo è parte integrante del processo sia narrativo che interpretativo.
La Bibbia è considerata parola di Dio nel suo complesso, ovvero nella sua totale dimensione narrativa, sapienziale, profetica.

Quando nel tessuto narrativo si parla di Dio, non lo si può considerare un protagonista fra tanti altri, sarebbe una bestemmia; Lui è al di sopra degli altri, Lui è la narrazione  nel suo insieme.
Per dirla alla Bateson: Lui è il sistema, non uno degli elementi del sistema.
Infatti nel testo originale non compare mai la parola Dio ma una parafrasi o il tetragramma JHWH.

Quindi quando leggiamo certe frasi è come se s'intendesse: l'ordine delle cose, l'ordine del sistema, e così via.
Seppure in una maniera arcaica è come se si delineasse una struttura narrativa che noi oggi chiameremmo scientifica, ovvero una narrazione comprensibile secondo delle leggi.
E’ importante comprendere bene questo aspetto.

Il confronto tra Mosè ed il Faraone va dunque letto come il confronto tra due modalità  di valori.
Mosè è colui che ascolta la propria vocazione profetica, ovvero la  voce profonda della coscienza che cerca di renderci liberi.

Mosè da valore all'ascolto, all'esigenze proprie e del suo popolo.
Un ascolto che libera la coscienza.
Il Faraone invece è colui che ascolta la voce del possesso: tutto per lui è cosa.  Cosa da  possedere.

Il faraone in realtà non è di per sé malvagio.
Crede anzi di fare il  bene per il suo popolo;  ma la sua è una credenza basata sul possesso.
Il possesso indurisce il cuore, ci rende ostinati, e questo è un dato di fatto.
E Dio rese ostinato il cuore del Faraone. Es. 13;2.

E' l'ordine delle cose, è l'ordine del possesso a indurire il cuore e a renderlo ostinato nella sua sete di possesso.
Questo indurimento genera delle piaghe atroci (Le piaghe d'Egitto).
Quando noi induriamo il cuore, intorno a noi si genera dolore.

Il Faraone allora prova a mollare la presa, concede la libertà a Mosè e ai suoi,  ma poi ci ripensa perché il senso del possesso ha il sopravvento; ha il sopravvento  l'ostinazione.
Si getta all'inseguimento delle cose perdute e viene travolto.
E' così... il senso del possesso ci travolge come le acque del Mar Rosso.
Carri, cavalli, cavalieri, fanti, tutto è travolto; il senso del possesso ha questo epilogo.

E quindi? Direte voi?
I Faraoni esistono.
Genitori, mariti, mogli, amanti, amici, datori di lavoro, politici, sfruttatori vari, ricattatori morali si comportano spesso come dei faraoni che ci vogliono  possedere come oggetti.
Dobbiamo imparare a riconoscere il loro senso di possesso e  prendere le distanze.
Dai Faraoni intorno a noi dobbiamo imparare a difenderci.
A questo scopo le pratiche del non conforme sono di grande aiuto.
Esiste però anche un Faraone interiore: impariamo ad individuarlo.
Noi stessi possiamo diventare Faraoni volendo possedere gli altri, volendo possedere sempre più oggetti, o persone ridotti ad oggetti.
Spesso ci ostiniamo ad inseguire un amore passato, e in questo inseguimento perdiamo noi stessi. Come il Faraone veniamo travolti dal Mar Rosso della rabbia, del risentimento e del rammarico. 

C'è un Faraone che vuole possedere gli altri ma anche e soprattutto la nostra anima, ciò che ci anima, (vedi articolo il Fantozzometro) rendendoci ostinati nelle nostre sofferenze solo perché sono note.
Possiamo  diventare Faraoni di noi stessi con  pretese contrastanti che soffocano le nostre potenzialità rendendoci schiavi  di ambizioni spesso smodate, o al contrario di pretese così modeste che ci portano ad una perenne auto-svalutazione. 
  
Esiste però anche un Mosè interiore, non solo un Faraone.
Secondo i cabalisti esiste un Bechinat Moshe, una qualità "mosaica" dentro ciascuno  di noi che è in grado di affrancarci dalle nostre prigioni interiori.
Impariamo ad ascoltarla.
Impariamo il coraggio di dire al nostro Faraone interiore il ritornello della  famosa canzone: Let my people go!

Sperimentiamo il senso pieno di poterlo dire e pensare.
Esprimiamo il coraggio di lasciare andare le nostre autentiche potenzialità verso una nuova dimensione creativa: la  terra promessa.
Ricordiamo inoltre che le meditazioni descritte: "Lascia andare e sii beato" e "Accogli e sii beato" sono sempre di grande aiuto per queste situazioni. 


Straf.

martedì 3 dicembre 2019

IL "PALLARO" , L'AMORE UNIVERSALE E MOZI


Fra le persone "tossiche" abbiamo incontrato il pallaro (vedi articolo).
Caratteristica del pallaro abbiamo appurato essere quella di millantare credito, in qualsiasi modo a poco prezzo.

Un modo semplice per ottenere un poco di attenzione è quello di farsi portavoce e sostenitore dell'amore universale.

Che c'è di male? Direte voi. 
In se nulla, se non fosse che dietro questa etichetta ci sia solitamente poco amore e poco universo.
In genere con la scusa dell’amore universale si cerca di spacciare altro.
Quello che si cerca di ottenere con questo marchio sono due cose che possono essere tra loro o in alternativa o in integrazione.

La prima è il cercare di guadagnarsi una legittimazione spirituale: una parvenza da guru votato al bene superiore, all'amore universale appunto.
Si usa un tono melenso, pieno di buonismo e  falsa tolleranza, ma che è destinato a cambiare alla prima difficoltà. Alla prima difficoltà, di solito una critica,  il tono cambia e diventa quello di una biscia a cui hanno pestato la coda.

La seconda  legittimazione che si cerca di ottenere è quella sessuale; è certamente meno pericolosa e un poco ingenua, ma c'è chi la  usa. E' una speranza statistica: predicando l'amore universale prima o poi qualcuna/o disposto al sesso si trova.

Nulla vieta di combinare le due cose: un po' di pseudo spiritualità e un po’ di sesso possono migliorare l’umore...
Naturalmente continuerete a domandarvi cosa vi sia di male in tutto ciò.  In sé, niente:  uno può usare le strategie che  vuole per tirare avanti.
Il punto è un altro.

Il punto è che dobbiamo imparare a riconoscere le persone tossiche, e i pallari alla lunga lo diventano.
Se diamo troppo credito ai pallari finiremo per berci un sacco di fesserie e finiremo in storie decisamente pesanti.

E l'amore universale è una bufala?
No, certo che no, ma se seguiamo i pallari lo diventa.
E quindi ?
La prenderò alla lontana proponendo un personaggio: Mo-tze.
Mo- tze? Chi era costui?

Mo- tze (o Mozi  479 -381 a.C. date presunte) è stato il primo antagonista di Confucio, e fondò una sua scuola, detta dei cavalieri erranti, scuola che creò un alternativa a Confucio, ancora più dura del  taoismo.

Mozi non condanna i principi fondamentali del confucianesimo, quali hsiao  (la pietà filiale) e jen  (la benevolenza, l’altruismo), ma ha la pretesa di estenderli.

Confucio sosteneva quella che viene considerata la regola aurea comune a tutte le religioni ovvero: non fare agli altri quello che non vuoi che sia fatto a te. Non solo, ma ne proponeva una versione attiva, ovvero: fai agli altri quello che vuoi che sia fatto a te.
Ma Mozi voleva andare oltre; tali principi infatti dovevano essere applicati in maniera universale senza gerarchie di sorta.
L'amore verso i genitori doveva essere rivolto non solo verso i propri genitori ma anche verso i genitori dei propri amici, e così via.
L'etica doveva uscire dal particolarismo per estendersi via via a tutto il genere umano.

Mozi e i suoi seguaci furono dei maestri di logica, e coniugarono etica, logica e spiritualità.
Sostenevano che  l'amore universale ha un suo fondamento nel nome stesso di uomo, inteso come genere umano.
Argomentava infatti così.

Uno può dirsi cavallerizzo se è in grado di cavalcare alcuni cavalli. Non è certo richiesto di dover cavalcare tutti i cavalli per dirsi cavallerizzo. Ma non è così per l'amore. Se si ama un essere umano ma se ne odia un altro, non si ama nessun essere umano. Per amare bisogna  essere in grado di amare tutti gli uomini.

Tosto, è vero?     
Tosto ma logico.
L'amore, universale o no, non è un principio astratto, ma qualcosa di concreto che va coniugato con costanza e impegno verso tutte le persone intorno a noi, per poter uscire dal nostro particolarismo, dal nostro egoismo.
E' una pratica per niente melensa; è dura ma è utile.

La teoria di Mozi sembra aver precorso, date le analogie,  quella dell'utilitarismo proposta dal filosofo Geremia Bentham.

L'ho presa alla lontana, è vero, sono andato in Cina ad oltre duemilacinquecento anni fa.
Spesso è necessario distanziarsi un po' per vedere meglio.

Avremo modo di ritornare a discorsi a noi più vicini come l'amore predicato da Gesù. Avremo modo di vedere  che la parabola del  buon samaritano è fra le  più fraintese.
Per adesso basta questo per difenderci dall'amore universale dei pallari e dalla loro tossicità.

Se ne incontriamo uno chiediamogli cosa fa concretamente per i propri genitori o per coloro che per età potrebbero esserlo.
E se non ci convince possiamo poi mandarlo a fan Mozi.


Straf


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lunedì 2 dicembre 2019

INDIVIDUARE LE PERSONE TOSSICHE (PICCOLO CAMPIONARIO)


Se vogliamo gustarci il sapore pieno della vita è necessario imparare ad individuare tutte quelle persone che sembrano avere come missione nella vita quella d'intossicare la vita altrui.
Il perché lo fanno per il momento non ci interessa, quello che ora ci preme è imparare ad individuarle.
Noi non potremmo mai gustarci la vita fino in fondo se lasciassimo spazio a codeste persone.

Naturalmente individuarle è solo il primo stadio, è poi necessario neutralizzarle.
La neutralizzazione passa a sua volta per alcuni stadi.
In questo scritto mi limiterò a descrivere alcune tipologie di intossicatori.

Questi intossicatori li incontriamo soprattutto quando diamo inizio ad un progetto o ad una attività.
E' importante riconoscerli; è fondamentale riconoscere le loro retoriche ovvero come articolano i loro discorsi.
Riconoscendo i loro discorsi è poi possibile smontarli.
E' utile quindi dare loro un nome.
Segue una piccola serie di tipologie.

Pallaro. Dicasi pallaro persona che millanta. Millanta credito, esperienza, competenze in uno o più settori nei quali invece ha solo opinioni vaghe e personali e/o nozioni riciclate in malo modo.  
Il pallaro tende a spiegarti come va il mondo, ignorandone la complessità, l'ambiguità e l'ambivalenza.
Per dirla nel gergo dei pirati : il pallaro è utile come una scorreggia in un barile.

Come smascherare il pallaro
Chiedere! chiedergli le fonti del suo sapere o esperienza, libri che ha letto, studi che ha fatto, professione, tirocini, mestieri... chiedere i risultati ottenuti (risultati verificabili), e così via.

I pallari di una volta giustificavano il proprio sapere tramite la TV;  "l'ha detto la TV". 
La TV è un elettrodomestico come il frigo o il tostapane, non dice nulla, sono le persone a parlare. Bisogna  far valere la  regola: "chi è che dice e  cosa dice".
Oggi c'è internet, idem con patate, internet è un collegamento: si collegano geni, mediocri e idioti. I  geni diranno cose geniali, i mediocri cose mediocri, gli idioti cose idiote, internet da sola non dice un c...
Molti pallari si dedicano alla politica. Hanno in genere vita facile perché il contraddittorio è sempre più raro. Vige il proclama e lo scontro verbale. 
Noi, allenati alla pratica "del non conforme", siamo però in grado di smascherare i pallari, sia nella vita privata che in quella pubblica. 

Io. Termine usato in maniera esagerata da persone potenzialmente pericolose  e pertanto da evitare. Il termine viene coniugato nelle seguenti espressioni: "io che..." e "ma io...".  Da queste due coniugazioni otteniamo due tipologie dette appunto: "io che" e "ma io".

1)     Io che
L'"io che" è usato da quelle persone che nella vita hanno finto di fare di tutto e hanno concluso poco se non addirittura niente. Sono persone che cercano di scoraggiarti, sono pessimisti attivi e convinti. Il loro pessimismo serve solo a innalzare il loro desiderio di superiorità che in realtà cerca di nascondere la loro inferiorità.
La retorica del io che funziona più o meno così. Tu vuoi fare codesta cosa ma io che sono bello, ricco,  intelligente, etc. etc. non ci sono riuscito perché è impossibile, quindi tu è inutile che ci provi.

Chi usa la retorica del "io che" vuole innalzare la propria superiorità e per farlo ti scoraggia, dice che è impossibile fare qualunque cosa perché lui/lei con tutte le sue qualità ha ciccato. Naturalmente non dirà mai che è per sua deficienza: incolperà lo  stato, la nazione, la gente, la crisi, etc, comunque resta il fatto che non è il caso di provarci.

"Vuoi aprire una attività? Con questa crisi?, io che: avevo la gente giusta, il capitale, il giro giusto, la gnocca giusta... ho desistito, c'è la crisi, le tasse, la gente che non spende, Saturno contro, Urano che sbadiglia, Babbo Natale in sciopero, la Befana è fuggita con un narcotrafficante in Messico, etc, etc".

Sono soprattutto i giovani ad essere attaccati da tali persone.
Attenti: diffidate dei "io che", diffidate di chi cerca di smontarvi, lo fa solo perché non ha combinato un picchio nella vita, in realtà non ci ha neanche provato, non ha avuto né coraggio né palle per provarci seriamente, mandatelo al diavolo senza ritegno.

L'"io che" è peggio del fallito. Il fallito ha una sua dignità, ci ha provato e merita rispetto, ha perso, accetta la sconfitta;  ma lui non ti scoraggerà mai.
Come un vecchio lupo ti mostrerà le cicatrici che la vita gli ha inferto, ti dirà di stare in guardia, ma non di dirà mai di arrenderti, ti dirà di provarci sino allo stremo, e tu, cucciolo/a di lupo ululerai orgoglioso di tale insegnamento.

2)     Ma io
Il "ma io" è ancora peggio: è il fariseo all'ennesima potenza. 
Anche il "ma io" vuole dimostrare la sua superiorità, che il suo stile di vita è migliore del tuo.
Se fumi ti dirà che è meglio non fumare, se non fumi ti dirà che perdi un piacere della vita... è così via... lui o lei vive, tu no, lui della vita ha capito tutto... tu non hai capito un c...
La retorica ma io è più o meno questa: la vita è tutta una merda... ma io vivo bene. Abbiamo gli stessi problemi... ma io li ho  risolti,  ...e così via.

Il "ma io" è talmente chiuso nel suo sentimento d'inferiorità che è capace di aspettare anni per rivendicare la  sua superiorità presunta e rimarcare gli errori che secondo loro abbiamo commesso.
Il "ma io" a differenza del "io che" qualcosa è riuscito a combinare, ma non gli basta, non gli basta perché è conscio dei suoi fallimenti. 
Se ha dei soldi è probabile che li abbia ereditati ma farà pesare il fatto che ha i soldi: ma io i soldi li ho! 
Se ha un posto di lavoro l'ha ottenuto mediante seduzioni o raccomandazioni e lo farà pesare: ma io il lavoro ce l'ho.

E' una persona deleteria, da evitare, ma non è così facile. Sa camuffarsi da bravo amica/o per poter rimarcare i nostri errori, ed è paziente; come dicevo è capace di aspettare anni per la sua rivalsa.

Piccolo anticipo di prevenzione.  
Noi siamo figli delle nostre scelte e spesso sono scelte sbagliate… e  allora? Nessuno ha il diritto di rimarcarle. 
Noi siamo i figli delle nostre scelte come siamo figli dei nostri genitori ma non siamo i nostri genitori e  non siamo neanche le nostre scelte. 
Noi siamo noi, belli e brutti, con pregi e difetti, siamo noi al di là del bello e del brutto, del pregio e del difetto, e verso i "ma io" con solennità e grazia alziamo il dito medio.
Se diamo vita ad un progetto o a qualsiasi attività, faremo delle scelte. Molte scelte, spesso sbagliate, le correggeremo, con pazienza e  andremo avanti con coraggio. 

Questo è solo un piccolo assaggio ma può essere molto utile.
E'  importante esercitarsi a riconoscere le retoriche con le quali le persone cercano di toglierci il sale della vita.
Esercitatevi ad ascoltare ed a individuarle nelle persone che vi circondano, compresi i personaggi pubblici: politici, opinionisti, gente dello spettacolo, etc.
Provateci e vi sentirete assai meglio anche se è solo il primo passo.


Straf. 


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mercoledì 13 novembre 2019

RICOMINCIARE: TRA ABRAMO E TROISI


La figura di Abramo è sicuramente una delle figure più complesse, controverse ed affascinanti.
Ebrei, cristiani e mussulmani hanno in comune il padre Abramo, e su di lui sono stati scritti fiumi d'inchiostro. Chi ha fatto il liceo si ricorderà l'interpretazione di Kierkegaard sul sacrificio di Abramo del figlio Isacco.
Ma qual è il fascino che rende vivo Abramo ancora oggi?
Partiamo da una Sura del Corano.
 Ibrahim non era né ebreo, né nazareo, ma un puro credente...
(S. III, 67).
Cosa significa? La questione è certo complessa, ma possiamo dire che Abramo (Ibrahim nel Corano) è un credente in un monoteismo, in un divino non  del tutto noto e rivelato, è un credente puro con contenuti ancora da definire.
Abramo è figlio di un costruttore di idoli;  viene da una cultura idolatra eppure rompe con questa tradizione.
Sente un comando del Signore: Lekh Lekhà, locuzione ebraica che sta per tu vai.
Ma andare dove?
E poi perché il Signore parlò solo a lui?
Ma siamo sicuri che parlò solo a lui? Qui le interpretazioni rabbiniche e Kabalistiche si sprecano.
Forse non parlò solo a lui, forse Dio parlava a tutti ma solo lui fu in grado di ascoltare. Ma come ascoltare quando non c'è ancora una tradizione, una modalità di ascolto?
Ma come sapere se le chiamate sono giuste, se queste chiamate ci ordinano cose antiche come i sacrifici umani?
Anche in questo caso le interpretazioni abbondano ma al di là di tutto questo rimane un fatto innegabile: Abramo a fatica iniziò ad ascoltare.
Per questo Abramo è il Padre Abramo, è il padre di tutti noi, è il padre dell'ascolto,  è il padre della coscienza, è il padre del rinnovamento, è il padre della trasformazione.
Lui trasforma il suo nome grazie all'ascolto.
In ebraico il suo nome originale è Avram ma diventa Avraham, riceve la lettera He come segno di comunanza e patto  con il divino.
(Nella versione italiana CEI della Bibbia Abramo acquista una o da Abram ad Abramo, Genesi, 17; 5).
Tutte le volte che dobbiamo rinnovarci, che dobbiamo ripartire,  il Padre Abramo è fonte d'ispirazione.
Non è importante se dobbiamo partire da zero o da tre come Troisi, sarà sempre un confronto con la nostra coscienza, con la nostra capacità d'ascolto.
In realtà Troisi e Abramo sono più simili di quanto si possa immaginare: entrambi manifestano perplessità e stupore di fronte alle situazioni ma riescono in qualche modo ad uscirne sempre fuori grazie ad una integrità profonda, spesso estremamente sofferta ma comunque fondante.
Tutte le volte che come Troisi ci domandiamo: A ch'già fa? (non ho la più pallida idea della grafia corretta) ma nonostante tutto vogliamo rinnovarci, stiamo meditando sul Padre Abramo.
Dobbiamo avere coraggio e fare una riflessione.
Oggi non è un problema per nessuno considerare Dante un patrimonio dell'intera umanità. Inizialmente era un poeta fiorentino,  poi è stato considerato un poeta italiano, poi europeo, oggi è un poeta dell'intera umanità
Così Abramo non lo si può più considerare né ebreo, né cristiano o mussulmano; Abramo rappresenta l'intera umanità, Abramo siamo noi al di là delle personali definizioni.
Tutte le volte che dobbiamo ricominciare, da zero o da tre non importa, noi siamo Abramo, il Padre Abramo è in noi.
E' in noi come attività fondante e di rinnovamento dell'umanità.
Senza la capacità di rinnovare e ricominciare non siamo umani perché, come direbbe il  poeta

Foste non fatti a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.
(Inferno, XXVI, 119-120)

Se non vogliamo arrenderci alla  brutalità del perenne uguale, meditiamo sulla figura del Padre Abramo e apriamoci al rinnovamento.
Se vogliamo lasciarci alle spalle sofferenze, antichi legami famigliari, antichi schemi mentali fatti di idolatrie e feticci,  meditiamo sul Padre Abramo.
Ogni tanto lasciamo il vecchio per il nuovo, rompiamo gli schemi dei vecchi idoli e Lekh Lekhà, andiamo via, verso il  nuovo, verso una nuova sapienza, verso un nuovo sapore.


Straf.

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