venerdì 18 ottobre 2019

RECENSIONE: Il corpo e la riparazione del sè.

Il corpo e la riparazione del sè.
Mindfulness e approccio corporeo in NeuroPsicosomatica.
Aples Italia, 2018.
di Silvia Ghiroldi

Un approccio integrato si legge nell'introduzione e nella copertina posteriore.

In genere non credo agli approcci integrati.
Non perché l'idea d'integrazione sia sbagliata, anzi, in sé è una buona cosa, ma il fatto è che nella pratica questi approcci si rivelano spesso disastrosi.

L'integrazione è sovente un'accozzaglia eclettica e mal digerita di metodi eterogenei;  oppure l'integrazione si risolve in un desiderata d'intenti per  lo più campata in aria.
Integrare è difficile, richiede metodo e costanza, richiede soprattutto la capacità filosofica di passare attraverso i metodi,  e richiede altresì  la qualità umana di peregrinare attraverso varie esperienze.
Quindi in genere diffido della parola "integrazione".

Ci sono però delle eccezioni.
Il fatto di aver conosciuto l'autrice, molti anni fa, quando eravamo entrambi  pellegrini nel Villaggio Globale, mi ha indotto a prendere il libro, a sfogliarlo attentamente, a comprarlo, a leggerlo e a meditarlo.

E' bello, a volte, essere smentiti.
Si, ogni tanto l'integrazione funziona.
Ogni evento raro va segnalato.

Naturalmente si può obiettare che è un libro di terapia quindi per addetti ai lavori quindi poco "sapienziale".
Sbagliato.
Esistono libri che pur avendo un taglio particolare, in questo caso la terapia, hanno un valore che esula dal taglio specifico.
Un libro di un grande esploratore ha un valore indipendentemente dal fatto che si sia messo piede su di una nave.
Il valore sta nell'esperienza che viene comunicata, nella sua modalità, nella sua misura, nella sua... sì ... sapienza.

E'  qui che l'autrice integra, integra esperienza personale, terapia, meditazione, suggerimenti ai terapeuti;  il valore sta proprio nel giusto dosaggio, è il dosaggio che dà il sapore, sapienza.
La meditazione ad esempio non è un qualcosa di posticcio e neanche un  ingenuo fideismo.

Quindi è un testo che consiglio non solo a psicoterapeuti, counselor o affini ma a tutti coloro che vogliono sperimentare  la sapienza della "misura".
La misura è una pratica sapienziale: è esercitarsi a dosare, a mirare all'essenziale, al chiaro, alla vera empatia.
Bé si, l'integrazione a volte funziona.
Misurate e integrate.

Straf.

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mercoledì 16 ottobre 2019

PRATICA: HANUMAN ovvero il sapore di spostare le montagne.


Hanuman o Hanumat.  Chi era costui? si potrebbe dire parafrasando don Abbondio.
Hanuman è un eroe del Ramayana, è un dio dalle sembianze di scimmia e grande amico  di Rama, incarnazione del dio Visnù.
Bé, e allora direte voi?

Al tempo... ci arrivo, oggi ci occuperemo di yoga, disciplina vastissima di non certo facile trattazione.
Quando la trattazione è ardua tanto vale iniziare buttandocisi dentro; per l’appunto ci buttiamo dentro una postura (asana), quella di Hanuman appunto.

Discutere di questo asana ci permetterà di trarre  delle interessanti riflessioni.
Ne esistono due versioni: una più impegnativa (forse quella originale) svolta in spaccata, ed una più abbordabile svolta in piedi, versione proposta da maestri come Gabriella Cella e Gianni Lodi (rimando al suo libro (A occhi chiusi e cuore aperto, Baldini & Castoldi) per la descrizione fotografica dell'asana).
La riflessione è proprio su questa versione in piedi che si può considerare meno impegnativa.
Meno impegnativa? Sicuri? Forse da un punto di vista fisico… richiede però un altro tipo d'impegno, un impegno più sapienziale diremo noi, e vediamo perché.

Riprendiamo la vicenda di Hanuman. E' grande amico di Rama e combatte al suo fianco contro il re Ravana che ha rapito Sita la moglie di Rama. Durante una battaglia, Lakshamana, fratello di  Rama, viene gravemente ferito. Hanuman comprende che se Lakshamana morisse, Rama si arrenderebbe.
Va quindi alla ricerca dell'erba Sanjivani, una potente medicina. Per trovarla, Hanuman, non trova di meglio che sdradicare l'intera montagna Dronagiri. Riesce così a salvare l'amico.

Questa è la vicenda che si rappresenta: fede, furore,  devozione, grandezza, determinazione… tutto ciò che occorre ad affrontare le sfide più grandi di noi, grandi come le montagne.
Non è la forza personale che si mobilita, ma quella transpersonale, non siamo noi a compiere l'asana, non è il nostro ego, è Hanuman a compiere l'asana, noi siamo solo un veicolo dentro quale l'energia scorre.

E' come l'episodio di cronaca della madre che vede il figlio imprigionato dall’automobile e presa da una grande determinazione la solleva per liberarlo.
Tutto qui?  
Si, tutto qui.
E' una questione di fede: la fede sposta le montagne dice Gesù.
Hanuman, non è un caso, è il simbolo del bhakti, la perfetta devozione.
Ma cos'è la devozione? E' il divino in azione, il divino che sposta le montagne.

Ci vuole un po' di tempo a compiere quest'asana in modo corretto.
Non è questione di tecnica, perizia o di scioltezza muscolare come nella versione in spaccata: è questione fede, determinazione, capacità di andare oltre il nostro ego per attingere a nuove forze, è una questione interiore, sapienziale.
E' il sapore dell'amicizia, dell'amore, della devozione che ci permette di compiere grandi imprese, imprese che non compiamo mai da soli ma grazie a quell'energia che scorre dentro e intorno a noi.

Il commentare questa postura ci porta a fare delle considerazioni sulla pratica yoga.
Lo yoga, anche nella sua versione hata yoga, non è una semplice sequenza di posture, non è una ginnastica un poco spiritualizzata, è ben altro.
Certo si può iniziare a praticare un po’ per caso, magari per stare meglio, ma poi è necessario andare oltre.

Il tutto il mondo ci sono sempre più studi e applicazioni dai vari yoga, Stati Uniti, Germania, India ed altri paesi sfornano materiale bellissimo, materiale veramente degno di riflessione e pratica.
E in Italia? Siamo un poco al palo, nonostante la bella tradizione che pur vanta  il nostro paese, e nonostante il valore degli insegnanti yoga ed la sua diffusione.

Certo, ci  sono dei bei testi in circolazione, ma ci sono ancora aspetti inesplorati; avremo modo di vedere.
... Intanto ... spostiamo le montagne.
Domandiamoci cosa nella nostra vita vogliamo sradicare, cosa vogliamo spostare, quali ostacoli vogliamo abbattere,  quali ferite vogliamo sanare, a quali persone teniamo e per le quali siamo disposte a spostare le  montagne.
Lasciamo vibrare queste domande, annulliamoci in queste domande, lasciamo che Hanuman prenda forma, la fiducia prenda forma.

Attingiamo da questa profonda fiducia ed eseguiamo l'asana con tutta l'energia possibile. Assaporiamo il gusto di poter spostare le  montagne. Un gusto pieno, privo di ego, non sono io che agisco ma Hanuman che agisce in me.
Om Sri Hanumate Namah.


Straf.

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lunedì 14 ottobre 2019

PRATICHE: SYAT ovvero il non conforme II


Abbiamo dunque visto l'importanza di essere non conforme (vedi articolo: “non conforme”), nel quale abbiamo evidenziato che se vogliamo gustare il sapore di vivere è fondamentale che la vita sia la nostra e non quella di coloro intenti a manipolarci.


Oggi entreremo meglio nella pratica.
Per farlo useremo un mantra.
Ancora un mantra direte voi, un mantra come panacea universale?

No, non proprio.
Non che la pratica coi mantra non possa recare dei benefici, ma non è quello che voglio proporvi.
In realtà quello che vi suggerisco non è neanche un vero e proprio mantra anche se viene dall'India.

E' in realtà un prefisso linguistico usato nella filosofia del Janismo (religione indiana coeva al Buddhismo).
Il termine è Syat che sta per: un certo aspetto, una certa modalità, può essere, forse, può darsi.
Non è la sede per entrare nella teoria della conoscenza dei Jainismo, basta solo entrare nella modalità del "può darsi".

Per un periodo di almeno tre settimane (meglio quattro) invece di sentirvi in dovere di possedere un'opinione su tutto, invece di schierarvi tra Guelfi e Ghibellini, fermatevi e pronunciate mentalmente per qualche minuto l'espressione Syat.

Entrate poi nella possibilità dei vari schieramenti, analizzatene le logiche, le implicazioni, le conseguenze, gli interessi in gioco, analizzate il gioco delle parti e ogni volta entrate nel Syat.
Non schieratevi; state nel "può essere", nel Syat.

Si dice che questa fosse una meditazione insegnata da Mahavira stesso; forse è solo un mito ma il principio rimane valido.
Comincerete ad entrare nel meccanismo della manipolazione e a smontarlo.

Come si manipolano le persone?
Togliendo loro l'identità.
Come si toglie alle persone l'identità?
Dando loro un identità fittizia.
Come si dà loro un’identità fittizia?
Facendoli schierare su cose senza importanza.
Come si fa a schierare le persone su cose senza importanza?   Dicendo loro che dietro quella cosa si nasconde la loro identità.
Il cerchio è chiuso.

Compreso il meccanismo?
Questo meccanismo la Bibbia lo chiamava idolatria.
L'idolo si sostituisce all'identità e ti manipola.
E'  il processo inverso della meditazione sui simboli (vedi articolo).

L'idolo è il contrario del simbolo.  
Il simbolo ti eleva, ti porta all'unità, alla fratellanza; l'idolatria è il meccanismo inverso, ti porta all'odio, al fanatismo, all'intolleranza.
Anziché elevarci al livello del divino abbassiamo il divino alla portata di un tortellino, è semplice e funziona.

Lo stolto non coglie il fine sillogismo: il divino è ridotto a maiale  e tu ad un pollo e sei fregato.   
Sempre più manipolati, saremo sempre più morti,  passivi alle varie idiozie di turno.
Il rimedio è semplice ma impegnativo: Syat.

Invece di postare su fb una vostra affrettata e rabbiosa opinione sull'ennesima disputa tra Guelfi e Ghibellini, postate un Syat, un "può essere", magari con una foto di Mahavira in meditazione.
Vi prenderanno per matti, ok, è il prezzo da pagare; ma sarà liberatorio.

Il Syat è fondamentale per smontare l'elemento reattivo e violento che c'è in noi.
Non è certo un caso che la religione jainista sia quella della non violenza.

La pratica del non conforme però non è un pacifismo ingenuo e melenso; è una pratica attiva e concreta di anti manipolazione.
Syat.
Con il Syat si diventa ricettivi, intuitivi, creativi, aperti al nuovo.
Con il Syat si acquistano nuove e inaspettate energie altrimenti sprecate in rabbiosi schieramenti inutili.

Praticate il Syat e tutto diventa possibile, realmente possibile, il mondo diventa pieno di opportunità da realizzare. Non in modo ingenuo o feticistico aspettando che qualche improbabile legge d'attrazione faccia il lavoro a posto tuo.
Tutto diventa possibile perché le manipolazioni vengono sempre meno e non sei più in guerra con il mondo.

Se lo praticate con costanza vedrete molte cose morte intorno a voi e sorgerà il desiderio di liberarvene.
Comprenderete cosa intendeva Gesù con l'espressione: "lasciate che i morti seppelliscano i morti".

Naturalmente i tradizionalisti obietteranno: ma come, "mischiare gli insegnamenti di Mahavira con quelli di Gesù! Mischiare la Bibbia al Saman Suttam".

Si, il non conforme lo fa.
Si, il non conforme può chiudere gli occhi e vedere Mahavira seduto in meditazione e Gesù a braccia aperte parlare al Padre.
Si,  in un certo senso, in un certo modo,  forse, può essere così.
Si, per il non conforme tutto è possibile.
Syat.

Straf  

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venerdì 11 ottobre 2019

PRATICA: IL NON CONFORME


La terza pratica che vi voglio presentare è il non conformismo.

Non si tratta dell'anticonformismo di facciata, né tantomeno della trasgressività, a sua volta di moda.
No, è altra cosa.

Se voglio gustare appieno il sapore della vita  debbo creare un distacco dalle opinioni e dalle abitudini che mi vengono imposte.

Tutti ci illudiamo di essere individui autonomi pensanti e consapevoli, ma non è vero; siamo inseriti dentro ad un flusso di consumi, opinioni, manipolazioni e reazioni che ci circondano, ed è difficile uscirne fuori del tutto, forse è impossibile, forse è anche inutile.

Non si tratta di fare gli eccentrici, gli alternativi, i trasgressivi, di giocare a fare gli illuminati od altro. Non funziona.
Il punto è che bisogna  comprendere quali sono i meccanismi che ci rendono conformi a... e quindi poco lucidi, molto reattivi ma poco lucidi.

Uno meccanismo tra i più pericolosi è quello del pensiero duale, quello del derby, della contrapposizione. Guelfi o Ghibellini, Montecchi o Capuleti, rossi o neri, Genoa o Sampdoria, pro o contro.
Il pensiero duale ti frega, sempre, senza appello. Non importa a quale fazione aderisci, sei reclutato, ingabbiato.

Ma allora non bisognerebbe mai prendere posizione? Oppure cercare sempre una terza via? O un ingenuo centrismo? Un' ipocrita neutralità?
Certo che no, anzi sul termine posizione avremo modo di tornarci in modo dettagliato.
In punto è un altro, è disattivare il meccanismo stesso della contrapposizione. Comprendere perché ci vogliono contrapposti oppure neutrali, neutri, neutralizzati, incapaci ed impotenti.

Facile a dirsi… ma in concreto?
Bisogna comprendere cosa ci provoca, ci irrita, ci infastidisce e nello stesso tempo ci rassicura, ci consola.
Questo va ben compreso altrimenti saremo manipolati.

Naturalmente ciò è possibile nella misura in cui abbiamo lavorato con la nostra anima ed il “fantozzometro”.
Più saremo ascoltatori della nostra anima, di ciò che ci anima, meno saremo reclutabili alle crociate altrui.
Siano esse crociate politiche, commerciali, pubblicitarie ed altro.

L'anticonformismo non è quindi un vestito da indossare una volta per tutte, è una pratica, lenta e faticosa, che va svolta momento per momento.
E' un processo di disattivazione dei meccanismi reattivi.
La reattività,  l'aggressività, la paura, la scarsa riflessione, ci rendono conformi, manipolabili.

Iniziamo con poco, proviamo a  non sentire subito il bisogno di dire la propria, di avere un opinione, lasciamo spazio alla riflessione e vediamo cosa succede.
Facciamoci delle domande. Domande su di noi... perché reagisco così a questa situazione.
Domande su gli schieramenti, quali sono gli interessi in campo: economici, politici, religiosi, ideologici, strategici od altro.

Esercitiamoci a smontare e rimontare le nostre opinioni, quanto siano collegate a preconcetti o ad emozioni che poco o nulla hanno a che fare con la questione. 
Esercitiamoci a smontare  e rimontare le argomentazioni  di chi ci vuole guelfo o ghibellino.
Esercitiamoci ad ascoltare sempre più la nostra anima. Senza enfasi o presunzione. Solo semplice ascolto.

La pratica del non conformismo è una pratica spesso scomoda.
E' una pratica lenta ma fondamentale per gustare nuovi sapori della vita.
Tornerò su questo tema proponendo nuovi esercizi.
     
 Straf.


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mercoledì 9 ottobre 2019

RIFLESSIONI: IL POTERE DEL SIMBOLO


Siamo circondati da simboli. Simboli carichi di significato, carichi di potere, ma spesso ormai inutili;  sono stati neutralizzati dalla contro-cultura imperante.
Entriamo in una chiesa e troviamo simboli, entriamo in un museo e troviamo simboli, entriamo in un centro yoga e troviamo simboli.
Ma, ai più, non dicono ormai nulla, ed è vano chiedere qualche informazione:  le risposte saranno vaghe e comunque non sentite,  anzi spesso di fronte al simbolo c'è una specie d'irritazione.
Ma cos'è un simbolo? Diamo la risposta classica: deriva dal greco symballein ovvero mettere assieme.  Nella Grecia antica si dava la metà di un anello, di una moneta, di un monile ad un proprio amico fraterno per sancire, anche attraverso le generazioni, che ognuno era parte (simbolo) dell'altro.
Platone nel Simposio parla del castigo che Zeus inflisse all'uomo dividendolo in due;  ognuno era parte (simbolo) dell'altra metà e così anelava al ricongiungimento.
Si... vabbè direte voi ma che ci importa?
Invece ha una sua importanza, il simbolo è ciò che ci congiunge a qualcosa che riteniamo di  aver smarrito, il simbolo ci spinge fuori dal nostro egotismo, dal nostro narcisismo, ci congiunge all'altro, ci può riunire al divino, qualsiasi concezione noi abbiamo del divino.
Non so quanti siano a saperlo che quella "preghiera" chiamata Credo abbia come nome autentico Simbolo. E non so quanti siano consapevoli che sia un’unione, un’elevazione verso Dio e rappresenti una storia del rapporto dell'uomo con Dio. A giudicare da come viene sonnacchiosamente recitata in chiesa, senza unisono, senza partecipazione, direi non molti. Basterebbe ascoltarla (e magari cantarla) in un canto in latino e si percepirebbe il desiderio di elevazione e di unione.
Dunque, molti simboli si sono persi, eppure, si obietterà, ci sono migliaia di persone che tracciano simboli per ottenere qualsiasi cosa.
E... già... e qui che casca l'asino, è qui la differenza tra magia ingenua (o superstizione) e la spiritualità (o consapevolezza).
I simboli non hanno un potere di per sé, considerarli così è superstizione, magia, effetto placebo e quant'altro ma non è pratica dei simboli.
La pratica dei simboli richiede consapevolezza, meditazione, sapienza.
Mi spiego: se il simbolo è un elemento d'unione, io devo essere cosciente che faccio parte di qualcosa, magari non ben definita, ma che anelo incontrare.
Naturalmente con il tempo posso dimenticarmi di questa verità, ma il desiderio di fondo rimane.
E' qui che entra in gioco il simbolo.
Il simbolo funge, sia  da ripristino della memoria, sia da "anello" di congiunzione con l'altra parte.
Quindi il gioco, a livello spirituale, funziona così.
1) C'è un principio: io non sono isolato dal divino (in qualsiasi modo lo s'intenda).
2) Questo principio viene spesso dimenticato e si sperimenta l'esatto contrario ovvero l'isolamento, la separazione, il rifiuto, l'abbandono, la depressione, la paura, etc.
3) Rimane però il desiderio di uscire da questo stato di separazione, e rimane  il vago ricordo o speranza di una modalità di uscita.
4) Il simbolo funge da ricordo che questa via d'uscita esiste.
5) Il simbolo funge da meccanismo in grado di annullare tutto ciò che nella nostra mente ci separa dal divino,  e quindi ci separa anche dal prossimo che  è parte del divino.
L'annullamento degli ostacoli avviene con la pacificazione dei pensieri, delle emozioni, dei sentimenti, etc.
6) Il simbolo funge da meccanismo-attivazione consapevole (meditata) di riunione con la nostra vita più autentica (con il divino). 
7) Il simbolo ci porta dalla molteplicità  dell'esperienza all'unione del significato.

Bè… bello direte voi ma come?
E' semplice, da quanto detto risulta chiaro che l'uso dei simboli è un attività consapevole. Noi siamo parte di "qualcosa" e siamo noi che dobbiamo mettere in gioco la nostra mente e andare oltre i suoi limiti. In poche parole il simbolo funzione se noi meditiamo.
Esiste in proposito una pratica meditativa l'Anyavati yoga che usa proprio i simboli come strumento per liberarci da tutte quelle trappole mentali che ci fanno sentire tagliati fuori.
Tale pratica usa i simboli delle varie figure dell'induismo.
Bisogna però comprendere bene una cosa: è un lavoro sui simboli non sul simbolismo. Mi spiego: sapere che Ganesh ha in mano un particolare strumento non mi serve a nulla.
Il simbolismo è semplice allegoria: sapere che tale oggetto significa la tal cosa non mi cambia la vita. Ciò magari mi renderà un erudito ma continuerò a farmi le mie pippe mentali rovinandomi la vita, anzi magari peggioro pure.
Il simbolismo è una pratica mortuaria, un sapere di simboli morti.
Anyavati è invece una pratica viva.
Il punto non è un acquisire un sapere astratto ma un conoscere concreto, ovvero fare un'esperienza sapienziale  del simbolo.
Il simbolo va assaporato nel contesto della propria vita, altrimenti è lettera morta.
Il simbolo è una mediazione,  una meditazione su ciò che ci impedisce di vivere con pienezza.
Le varie forme di divinità dell'induismo non sono una forma di politeismo ingenuo ma, al contrario, ci portano dall'esperienza della molteplicità all'unità del divino.
Le varie divinità sono manifestazioni diverse di un unico principio. Ogni manifestazione porta con sé diversi oggetti: armi, animali, strumenti votivi, etc. Ognuno serve per liberarci da particolare intralcio mentale o esistenziale.
Le meditazioni attivano la nostra consapevolezza, illuminano aspetti della nostra vita, trascendendo (andando oltre) i dolori e gli affanni quotidiani, per portarci ad una dimensione di pienezza dell'essere, consapevolezza e  beatitudine (Sat Cit Ananda).
Ovviamente la pratica del simbolo, benché abbia nella sua dimensione "induista"  il metodo più diffuso, non significa che per praticarlo si debba essere induisti.
E' un lavoro per affrancarci dalle nostre prigioni mentali e tutti ne possono beneficiare.
In realtà ogni religione nella sua parte spirituale più profonda ha un suo lavoro con i simboli.
Diverse tradizioni buddiste sono ricche di meditazioni sui simboli.
Il jainismo, il taoismo, il  caodaismo hanno pratiche sui simboli, così pure la mistica cristiana, quella ebraica (kabbalah) e quella islamica (sufismo).
Insomma l'intento è sempre quello: farci uscire dalle nostre oscure caverne mentali per vedere un poco di luce.

Straf.


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lunedì 7 ottobre 2019

PRATICHE: L'ACCETTAZIONE


Accettazione è uno dei termini più controversi e fraintesi.
Accettare chi?  o cosa?
Accettazione può essere erroneamente intesa come sinonimo di lassismo, accidia, passività, fatalismo, ipocrisia e quant'altro.

Quando insegnavo nei licei,  mentre consegnavo il compito da fare in classe, dicevo agli studenti: "Accettate il vostro destino e lavorate".
C'è sempre un gruppo di studenti che si lamenta del compito assegnato: "è troppo lungo, è troppo difficile, è troppo qualcosa ..."
La lamentela è inutile, il prof non cambia il compito,  lamentarsi è una perdita di tempo e si ci posiziona in un cattivo atteggiamento mentale, dannoso per affrontare la prova.
Il  compito è quello,  lo si accetta, punto.
Attenzione: in ciò non c'è nulla di passivo, anzi è il contrario, si attiva la propria mente a dare il massimo, quello che si può  fare si fa. Non è passività, è pragmatismo.

La lamentela tradisce una cattiva fiducia in se stessi e pure verso l'insegnante, poiché è ovvio che il docente nella valutazione tenga conto anche della difficoltà del compito stesso.
Quindi, se lamentarsi è inutile… è meglio agire.

Ci  sono anche delle situazioni della vita in cui lamentarsi è utile; ad esempio qualora si subisca un'ingiustizia. Ma in tal caso non è tanto la lamentela sterile che funziona, quanto la giusta capacità di farsi valere.  
E comunque, a parti questi casi limite,  la  lamentela è quanto di più dannoso possibile.

Certo viviamo in una società che gira al contrario, oggi i genitori picchiano i docenti, altro che accettazione.
E' un ulteriore sintomo di decadenza e fragilità.
Esercitarsi all'accettazione è una potente capacità sapienziale.
Ci rende più forti, più consapevoli e più determinati.
Vi propongo quindi un esercizio.
Una giornata libera da lavoro.
Uscite di casa di buon’ora  senza aver fatto colazione (gli altri giorni però fatela) e con pochi soldi in tasca.
Raggiungente con autobus o auto un quartiere della vostra città che conoscete poco e male.
Iniziate a camminare, di buon passo, senza meta, con l'intenzione di perdervi.

Camminate molto ma in modo consapevole, facendo attenzione ai piedi che toccano il suolo, registrate mentalmente o meglio con la mente-piedi le differenze del terreno.
Guardatevi intorno come se foste dei marziani, registrando tutto fuorché un ipotetica meta.
Stancatevi, cominciate a sentire fame e stanchezza.

Quando sarete veramente stanchi e affamati andate a mangiare nella prima tavola calda che vi è a tiro, senza valutare, entrate e pensate a mangiare.
Avete pochi soldi: scegliete quello che potete senza giudicare, pensate di essere un monaco buddista che accetta nella sua ciotola qualsiasi cosa venga offerto.

Accettazione e gratitudine.
Mangiate, mangiate con gratitudine, pensate di essere un pellegrino che ha avuto la fortuna di trovare un ristoro.
Accettate il cibo per quello che è senza giudicare.
Concentratevi sull'azione di mangiare, sui sapori, senza giudizi di buono o cattivo, solo sui sapori e gli odori.
Concentratevi sul sapore che sfama: che nuovo sapore ha?
Esprimete mentalmente (con mente e cuore) gratitudine per chi vi serve al tavolo.
Date valore al lavoro di chi ha preparato il cibo.

Ora ritornate sui vostri passi.
Cercate la strada del ritorno, facendo attenzione a questo nuovo stato mentale che avete creato.
Createvi un mantra mentale che può essere: "quel che c'è, c'è" oppure: "quello che passa il convento va bene" o qualsiasi cosa di analogo.
Prendetelo come esercizio e fatelo più spesso che potete.
Un sano pragmatismo e una grande capacità operativa prenderà forma dentro di voi.
Provate per credere.

Straf


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